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Aldo Venturini

 7 ottobre 2007.

PELLEGRINAGGIO A CANNETO

Una mandria di stelle s’allontana brucando dietro la casa Giancola.

In piazza ancora nessuno. Mi vesto in fretta, gomme da pioggia e scendo.

Don Antonio Molle mi saluta con un sorriso sornione di chi ha appena spuntato una tregua metereologica con il Padreterno. Alla spicciolata affluiscono in piazza una ventina di persone. Una breve preghiera e si parte imboccando l’antico sentiero al Guadoncello.

Questa volta non mi tremava il cuore, la Regina era nel suo palazzo, la banda non c’era e gli amici erano lontani.

A Casalevecchio  la gola è già secca come la fonte piena di pietrisco e di alghe imputridite.La natura spesso somatizza lo stato d’animo degli uomini.

Mentre a stento intravedo i resti del vecchio mulino, i più giovani sono già al primo tornante della salita.Cerco di trattenerli invitandoli a guardare il paesaggio che, con quei tornanti e quei cipressi, sembravano usciti dal quadro leonardesco della Gioconda.

L’ardito accostamento non viene condiviso e mi ritrovo sempre più solo nella salita.

A “Santagnera” con una provvidenziale sosta, il gruppo si ricompatta sotto lo sguardo di cani pastore di Sestino che seguono attenti questa transumanza di uomini.

Lungo la costa, i tornanti stretti permettono di controllarci a vista.

Picinisco, sulla destra, sonnecchia ancora immerso magicamente nel suo paesaggio un po’ andino, un po’ sudamericano. Qualcuno raccoglie fiorellini, qualcuno cerca bastoni tra la legna secca, qualcun’altro, dietro alcuni arbusti, si dopa con una tavoletta di cioccolata.

E se non fosse per quelle voci che provengono dal piazzale Don Bosco, ci lasceremmo cadere su qualche sasso a raccontare le antiche storie del bosco di Castellone piene di lupi e di donne raccoglitrici di legna che hanno spaventato le sere della nostra infanzia.

Alla Rocca ci sentiamo un po’ tutti Lawrence d’Arabia arrivati ad Accaba. Incontriamo compaesani motorizzati che cercano di farsi perdonare la diserzione offrendo caffè che sa solo di calda buona volontà.

La discesa verso Canneto è più agevole. Abbandoniamo la strada nuova “tagliata di recente nel fianco tenero del monte sanguinante di faggi” e imbocchiamo il sentiero antico. Il rumore di macchine sempre più lontano, il fruscio dei piedi tra foglie secche, il crepitio di legnetti che si sbriciolano sotto il nostro passo fanno da colonna sonora al rito che si svolge in questa immensa cattedrale verde.

Le acquasantiere stanno scolpite fra le protuberanze dei faggi e viene quasi istintivo segnarsi con la loro acqua appena Don Antonio inizia la recita del Santo Rosario.

Il palinsesto è quello di sempre, quello della nostra vita: i malati, i morti,gli emigrati, la chiesa, la pace nelle nostre famiglie e nel mondo. La commozione si fa strada nel nostro animo. Un nodo ci prende alla gola e a stento riusciamo a mascherarla quando intoniamo le prime strofe del canto.

Il colle San Giacomo, l’ara della Madonna, la Varacellara si susseguono fra pozzanghere d’azzurro tra i rami di faggi. Poi d’improvviso, il capo della Madonna.

Don Antonio richiama tutti i giovani che ignari lo hanno superato.

Mi è tornato in mente il quadro di Cannone dove il prete tira l’orecchio ad un pellegrino distratto. Qualcuno depone qualche violetta nella incavità, poi il racconto della leggenda precede la recita di una Ave Maria.

Non ricordo dove ho letto che i popoli muoiono quando dimenticano le proprie leggende.

Alla spicciolata raggiungiamo il piazzale, don Antonio ci riorganizza e processionalmente entriamo nel santuario intonando il canto di sempre. Dopo la messa ci ritroviamo fuori sotto gli archi. Lame di nuvole autunnali sfregiano l’orizzonte.

Confido a qualcuno che è la festa della Madonna, anche con il titolo di Regina delle Vittorie, dopo che la flotta cristiana, a Lepanto, sconfisse quella mussulmana oltre quattrocento anni fa.

Cerco inutilmente tra la folla don Giovanni d’Austria e Marcantonio Colonna, grandi condottieri dell’armata, ma le prime gocce di pioggia determinano un “fuggi fuggi” generale.

La tregua metereologica di don Antonio è scaduta.

Tonino suona ripetutamente il clacson della sua circolare per sollecitare i ritardatari.

I vasi dei gerani vengono schiaffeggiati da folate di vento.

La banderuola affumicata, sul tetto del santuario, gira senza pietà.

 

 Festa della Madonna del Rosario

                7ottobre 2007                                

                                                                                 Aldo Venturini